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RACCONTI

UN RECUPERO DIFFICILE

Erano i primi giorni successivi all'apertura, nei primi anni novanta, cacciavamo in una zona di bassa collina della provincia di Asti ed avevamo già incarnierato un paio di animali quando il mio compagno di caccia vide, dal rilievo su cui eravamo, un maschio "tenebroso" che si nascondeva in un granturco ad alcune centinaia di metri da noi.

Richiamammo i cani e ci dirigemmo alla volta del campo di mais, io passai sulla sinistra e Gino V. il mio compagno si portò dalla parte opposta.

Il campo di mais sorgeva in una zona piuttosto aperta e pulita, intorno solo erbe basse, non era molto grande e nella parte finale si diradava parecchio.

Tosca prese a risalire al galoppo il bordo del campo e quando arrivò all'altezza in cui avevamo visto entrare il fagiano rimase dapprima ferma poi prese a guidare rapidamente finché non sparì tra i filari.

La sentivo muovere in mezzo al granturco, poi il silenzio della ferma e ancora movimento, il fagiano andava via di piede davanti al cane, mi portai più avanti lungo il bordo del campo quando sentii lo sfrullo, alzai il fucile mentre il "tenebroso" si involava cantando, sparai, forse ancora un poco troppo presto, e vidi il fagiano cadere su di un lato, era sicuramente "rotto d'ala".

Tosca era corsa in avanti e anch'io mi infilai nel granturco che si faceva basso e rado permettendomi di vedere il cane che correva tra i filari naso a terra, ebbi la certezza che l'animale era ferito e ci stava sfuggendo.

Porta! gridai. Porta! volevo incitarla, quasi ce ne fosse stato bisogno, Tosca, scatenata, stava battendo palmo a palmo il campo di mais, ma senza risultato.

Io mi ero portato dove avevo visto il cane che annusava con più foga, a terra trovai diverse piume e una penna dell'ala era il posto dove era caduto e da dove se ne era pure andato.

Intanto era arrivato anche il mio compagno di caccia con i sui due setter, anch'essi sentivano forte intorno all'area dove era caduto il fagiano ma nessuno riusciva a risalire la traccia oltre i margini del campo.

Ormai era certo che l'animale ferito non era più nel granturco, intorno era tutto pulito, solo nella parte alta del campo, dopo una decina di metri di erba corta, si trovava un piccolo pioppeto e ancora oltre un canale poco profondo, largo un paio di metri le cui sponde offrivano un ottimo riparo coperte com'erano da un fitto di rovi, al di là del canale il bosco.

Era ormai passato troppo tempo, ora i cani correvano nel campo aperto ora passavano nel pioppeto e lungo il canale ma senza risultato.

Avrei creduto proprio di trovarlo lungo il canale, tra i rovi, ma pareva si fosse volatilizzato, cominciavo a disperare nel recupero.

Tosca cercava ancora, scesa lungo il canale annusava l'aria, quindi attraversò e risalì la sponda opposta scomparendo nel bosco.

La sentivo correre su per la collina senza poterla vedere, pensai che avesse smesso di cercare il fagiano vista la distanza da dove era caduto, che si fosse messa a cercare altra selvaggina e che non solo non avrei incarnierato una bella preda ma che un animale ferito sarebbe certo morto inutilmente.

Passarono alcuni minuti quandi la vidi uscire dal bosco scendere la sponda e attraversare a nuoto, in bocca teneva stretto il "tenebroso".

UNA IMPERDONABILE DIMENTICANZA

Avevamo fatto l'apertura in Umbria sui colli intorno al Trasimeno in un fine settembre caldo e asciutto del novantuno o novantadue non ricordo.

Il secondo giorno cacciavamo ancora in quelle zone tra macchie e coltivi quando, attraversando una radura non molto distante da un cascinale, scorgemmo una pecora che, scesa in una pozza per abbeverarsi alla poca acqua rimasta, si era sprofondata nel fango e non riuscendo più a tirarsi fuori ci guardava con occhi disperati.

Scaricammo i fucili per appoggiarli con maggior sicurezza allo steccato che circondava la pozza di fango quindi cercammo di raggiungere la pecora, ma la melma minacciava di inghiottire i nostri stivali ed inoltre non sapevamo quanto fosse profondo il fango che avevamo di fronte.

Decidemmo di andare fino al vicino cascinale ad avvisare quelli che, con ogni probabilità, erano i proprietari della pecora ed infatti un uomo in calzoncini corti ci venne subito dietro ed arrivato sul bordo della pozza si tolse le scarpe ed entrato nel fango sino a metà coscia tirò fuori il povero animale.

Un ringraziamento, un rapido saluto e riprendemmo la battuta di caccia.

Come ho già detto era molto caldo ed il terreno asciutto non aiutava di certo l'olfatto dei cani, era anche difficile trovare dell'acqua per abbeverarli e rinfrescarli, comunque girammo per tutta la mattina nelle macchie e nei campi che le circondavano senza trovare nessun selvatico.

Era ormai tarda mattina e i miei compagni di caccia si erano già messi sulla strada del ritorno quando Tosca sembrò fiutare qualcosa.

Mi attardai per capire se era un'orma fresca ed interessante o solo una vecchia "passata" ed intanto sentivo gli altri allontanarsi sempre più.

Il cane sembrava avere una orma forte e prese a scendere con decisione tra gli alberi nella direzione opposta a quella che avevano preso i miei compagni che ormai non sentivo più e che quindi non potei avvisare.

Presi a scendere dietro a Tosca che avanzava circospetta ma decisa, quando arrivammo al limite del bosco fermò contro il groviglio di spini e di rovi che, in quelle zone, fa sempre da bordura alla macchia.

Tosca ruppe la ferma e prese a guidare attraverso i rovi strisciando rapidamente sotto i rami abbattuti, la vidi uscire sul bordo esterno, in realtà riuscivo appena ad intravederla ma capivo che era di nuovo in ferma.

Solo quattro o cinque metri mi dividevano dal cane ma erano un mare di spine che dovevo attraversare al più presto.

Presi a strisciare sotto i cespugli cercando di tenere d'occhio il cane, per quanto potevo, cercando di fare il meno rumore possibile mentre i rovi mi strappavano la maglietta e mi facevano sanguinare braccia e collo.

Ci misi alcuni minuti per uscire all'aperto ma alla fine ero fuori, Tosca era sempre lì, ferma immobile contro il fossetto che delimitava un arato.

Mi scrollai i capelli per togliermi pezzi di rami e foglie e mi portai sul cane.

La fagiana partì ad alcuni metri di fronte a Tosca dirigendosi verso il campo aperto in un'ottima posizione di tiro.

Alzai con calma il fucile, lasciai allungare un poco la fagiana per averla nel tiro giusto, allora schiacciai il grilletto.

Nulla! Continuai a premere, nulla! Istintivamente allungai l'indice sopra il ponte del grilletto dove sta la sicura che, pensai, doveva essersi inserita inavvertitamente mentre strisciavo sotto i rovi, la sicura era a posto ma il fucile non sparava.

Girai l'arma, l'otturatore era aperto e il fucile era scarico! La fagiana era ormai fuori tiro ed andava a rimettersi in una pineta di rimboschimento su di una collinetta a duecento metri davanti a noi.

Pensai alla pecora nel fango, a quando avevo scaricato il fucile per portarle aiuto, non avevo più ricaricato!

Attraversai il campo alla volta del bosco dove si era rimesso il fagiano, ma le pinete non hanno sottobosco e quando Tosca si trovò sul punto dove il selvatico aveva preso terra accennò una ferma quindi ripartì seguendo un'orma che scomparve in fretta su quel terreno pulito caldo ed asciutto.

Rimasi a cercare con ostinazione anche quando il cane non dette più alcun segno di seguire una emanazione, non riuscivo a perdonare la mia sciocchezza.

Alla fine decisi di tornare, incontrai i miei compagni che erano venuti a cercarmi pensando mi fossi perduto tra quelle macchie a me poco conosciute, raccontai l'accaduto, ero stato l'unico ad avere avuto l'occasione di un selvatico e l'avevo persa per una dimenticanza davvero imperdonabile!


UN CANE SCAVATORE


Era probabilmente il mese di novembre del novantadue e stavamo cacciando tra i boschi delle colline di Refrancore nella provincia di Asti.

Avevo con me l'inseparabile Tosca e la figlia Appia ed assieme al mio compagno di caccia Gino V. avevamo trovato un voletto di Colini della Virginia che all'epoca erano ancora relativamente frequenti in quelle zone, non essendo particolarmente ambiti per le dimensioni ridotte.

Per chi non lo conoscesse il colino è in realtà un selvatico estremamente impegnativo sia per la capacità di sottrarsi ai cani di pedina sia per il volo rapido che rende il tiro estremamente difficile e pertanto, anche se le sue dimensioni sono limitate (tra quelle della quaglia e quelle della starna), è comunque un animale degno del massimo rispetto venatorio.

La brigatella era composto da pochi esemplari che si involarono tra i rami delle acacie che il freddo tardivo non aveva ancora reso spogli, rendendo ancor più difficile il tiro.

Il mio compagno riuscì a colpirne uno che cadde ferito davanti a noi, ma appena toccata terra si mise a correre tra i cespugli del sottobosco, passando sotto i rami caduti e gli spini dei rovi come un topo che sfugge il gatto.

Chiamai i cani, Tosca era già sulla traccia del colino la vidi recuperare terreno saltando e schivando i tronchi, lo vedeva di fronte a sé e questo la faceva volare, ormai era a meno di un metro quando scomparvero in una depressione del terreno.

Corsi avanti fino all'avvallamento convinto di trovare Tosca con la preda in bocca ma rimasi deluso, il cane era fermo contro un buco di una ventina di centimetri di diametro dove evidentemente si era nascosto il selvatico ferito.

Infilò più volte la testa ma senza risultato, intanto erano sopraggiunti gli altri cani tra cui Appia che, appena arrivata davanti al buco iniziò a scavare con gli anteriori cercando di farsi strada nel terreno sabbioso.

Io e Gino V. ci guardammo ridendo, ma quando il cane ebbe reso il buco più largo e notevolmente più profondo iniziammo a nutrire qualche speranza di recupero.

Purtroppo dopo un poco vedemmo che Appia non riusciva più ad avanzare, spostammo il cane e notammo una radice che attraversava la buca una quarantina di centimetri sottoterra, Gino riuscì a tagliarla col coltello ed Appia riprese a scavare di lena.

Ormai era immersa nel terreno fino ad oltre metà busto e continuava a gettare la terra al lato della buca facendola passare sotto la pancia, sembrava una grossa talpa intenta al suo lavoro.

Ogni tanto riemergeva per scrollarsi di dosso la terra, il muso sporco ma la determinazione negli occhi scuri, quindi riprendeva a scavare.

Dalla buca sporgeva ormai solo la coda, era troppo, temevo che un crollo potesse sotterrarla per davvero quindi la afferrai per il troncone di coda per obbligarla ad uscire o almeno per trattenerla, ma proprio in quel momento il cane smise di scavare e cominciò a ritrarsi.

Ero contento che stesse uscendo, le avrei impedito di riprendere a scavare stupidamente quella inutile buca, ma dovetti subito ricredermi perché Appia era uscita tenendo il colino stretto in bocca.

Non era un caso che, quando cucciolona stava nel canile vicino a casa ed aveva l'abitudine di scavare buche sotto il recinto, tanto che avevo dovuto rinforzarlo con delle assi, l'avevamo soprannominata "Abate Faria".



UN INCONTRO INASPETTATO

Un pomeriggio dei primi di settembre del 2001 durante il periodo di "addestramento cani" quello che in centro Italia si chiama "braccatura" un amico mi chiese di andare a vedere una zona in provincia di Asti dove aveva intenzione di fare l'apertura.

Questi aveva una delle figlie di Birba, Clio, che purtroppo si era infortunata ad una spalla e doveva stare a riposo ancora per una settimana, pertanto portai Birba e la madre Appia.

La zona era di collina dolce in gran parte coltivata, con bordure di "sporchi" e qualche macchia ma era parecchio che non pioveva ed il terreno appariva secco e con profonde spaccature dove poteva entrare l'intero braccio.

Alzammo prima un maschio e poi due femmine tra una soja ed un campo di erba medica, i cani sentivano poco su quel terreno riarso e non si trovava neppure un poco d'acqua dove farli rinfrescare, ma continuammo a girare dirigendoci verso un fossato che delimitava una Azienda Faunistico Venatoria.

Il fossato era ricco di vegetazione, forse sul fondo c' era ancora un po' di umidità, "code d'asino" e rovi fermavano un rifugio ideale per un fagiano in quel caldo pomeriggio di fine estate, una fila di alberi di media altezza lo costeggiava e al di qua si estendeva un campo di mais.

Quando i cani arrivarono in prossimità della vegetazione entrarono in ferma quasi contemporaneamente.
Mi avvicinai a Birba che si trovava un poco più avanti, le accarezzai la testa cercando di vedere tra i cespugli davanti a lei ma senza risultato, la vegetazione era troppo fitta. Cercai di farla avanzare di qualche passo ma senza risultato, era inchiodata a terra come impietrita. Era ben strano, Birba non si faceva certo pregare per accostare un selvatico, tuttaltro, eppure stavolta sembrava non ne avesse alcuna intenzione.

Avanzai davanti al cane, allargai la vegetazione col piede quando vidi un movimento, qualcosa di azzurro metallico si muoveva sotto i cespugli. Pensai ad un "tenebroso" ma i riflessi avrebbero dovuto essere verde metallico, non azzurro.

Avanzai ancora mentre i cani rimanevano immobili, quando le "code d'asino" si aprirono con violenza e tra uno sbatter d'ali impetuoso uscì un…. Pavone! Rimasi allibito mentre l'animale cercava di alzarsi in volo. Batté contro i rami degli alberi e ricadde al suolo, i cani avevano rotto la ferma e Birba si era scagliata contro il Pavone che cercava di allontanarsi a grandi balzi tra il radi filari di mais.

In un attimo gli fu addosso, urlai un inutile richiamo mentre la cagna lo afferrava per l'ala destra, ero rimasto disorientato, l'uscita di questo animale mi aveva preso alla sprovvista ed avevo reagito in ritardo, mi resi conto che non avrei più potuto fermare la Birba.

Vidi il Pavone darsi un ultimo slancio verso l'alto, per fortuna la cagna aveva afferrato le lunghe remiganti dell'ala e non l'ala stessa, queste le rimasero in bocca mente il Pavone riusciva a staccarsi da terra superando le cime degli alberi con un lungo volo, quindi lo vedemmo atterrare ad un centinaio di metri dentro la Riserva e correre lungo una stoppia su per la collina di fronte a noi finché sparì alla vista.

Richiamai i cani che avevano inutilmente tentato l'inseguimento e raccolsi da terra le quattro lunghe penne che erano rimaste in bocca alla Birba salvando il Pavone da una inevitabile brutta fine.


RECUPERI


Una delle caratteristiche peculiari del drahthaar è la grande capacità di recuperare e non solo riportare la selvaggina ferita. Ho assistito, nei quasi venti anni che utilizzo questi cani, ad azioni veramente spettacolari specialmente quando il recupero veniva effettuato su selvaggina colpita da altri cacciatori alla cui azione il cane non aveva partecipato e veniva portato sul posto anche a distanza di decine di minuti.
Voglio raccontare due episodi dei tanti vissuti con i miei cani che ricordo particolarmente, uno per l'età molto avanzata della cagna, l'altro perchè è abbastanza strano.
In tutti e due è protagonista Tosca, il mio primo drahthaar che sicuramente aveva un dono particolare per questo tipo di lavoro.


L'ALZAVOLA

Nell'autunno del '98, Tosca aveva 14 anni, cacciavamo nei pressi di Casteggio nell'Oltrepò Pavese, in una zona di pianura quasi completamene coltivata ma inframmezzata da vecchie "Cave" di argilla ormai abbandonate che formavano come delle enormi vasche lunghe e larghe anche centinaia di metri, profonde quattro o cinque, molte delle quali si erano riempite d'acqua formando dei veri e propri laghetti circondati da canneto ed altra vegetazione, ideali per la selvaggina acquatica, mentre altre formavano zone paludose o, se si erano asciugate completamente, di solito erano coperte da bosco diventando un buon rifugio per fagiani e minilepri.

Quella mattina, ancora a buio, ci eravamo avvicinati ad una di queste "Cave", piuttosto grande, una parte della quale era ricoperta dall'acqua, profonda circa un metro, da cui spuntavano decine di salici, l'altra parte era boscaglia che sorgeva su terreno asciutto.

Io avevo lasciato l'altro cane più giovane in macchina, non ricordo chi fosse, per evitare troppa confusione, Tosca ormai anziana mi stava vicina senza dare fastidio ad eventuali anatre ferme nel laghetto, il mio compagno di caccia aveva la sua setter.

Ci separammo, ognuno da un lato della "Cava" in attesa.
Dopo alcuni minuti sentii sparare due colpi da dove era appostato il mio compagno, quindi intravidi nel buio tre alzavole che mi sfilavano di lato troppo lontane anche se azzardai una inutile fucilata.

Rimasi immobile nell'attesa di vederne apparire altre ma invano. Passarono alcune decine di minuti mentre il cielo cominciava a schiarire, quindi mi diressi verso il punto dove era appostato il mio compagno.

Gli chiesi come era andata, mi rispose che quattro alzavole erano partite dal laghetto, ne aveva colpita una , caduta tra i salici che sorgevano al centro.

La sua setter aveva nuotato per una decina di metri fino ad alcuni rami di salice che formavano una specie di sbarramento quindi era tornata indietro senza poter effettuare il riporto.

Ormai erano passati più di venti minuti e tra gli alberi nel laghetto era ancora buio, ordinai a Tosca di effettuare il recupero indicandole il centro del lago, mi guardò titubante, non capiva, ripetei l'ordine e allora entrò in acqua, ma quando arrivò a quella specie di sbarramento di rami tornò indietro, la incitai a tornare in acqua ma non capiva, allora misi una cartuccia di poco conto nel fucile e sparai oltre i salici.

Tosca non attese altro, si tuffò ma raggiunti i rami semisommersi dovette fermarsi, allora cercò di superarli senza successo, tentò di sfondarli,di aprirsi un varco, fece tanto che riuscì a passare oltre, quindi sparì nel buio.

Rimanemmo in attesa, non la vedevamo né sentivamo più, ed io ero anche un po' in ansia data la sua età, dopo alcuni minuti la vedemmo riapparire nuotando verso la sponda che rimaneva sulla nostra destra ad una sessantina di metri, quando uscì dall'acqua e venne verso di me teneva l'alzavola stretta fra i denti.


PER COLINI

Per chi non conoscesse questo splendido selvatico ne ho descritte le caratteristiche nel precedente racconto "Un cane scavatore"

Era l'autunno dell'89, forse '90 eravamo a caccia sulle colline di Refrancore in provincia di Asti.

Colline coperte per la maggior parte da boschi di acacie dove i Colini erano ancora relativamente presenti, visto l'habitat ideale, terreno sabbioso e ricchezza di semi di acacia che sono il loro principale alimento per buona parte dell'anno.

Ero con Tosca, allora giovane, e il mio compagno di caccia aveva il suo setter maschio.

Ci eravamo divisi cacciando in due vallette parallele, chi avesse trovato per primo i Colini avrebbe, dopo le prime fucilate, atteso l'altro per poi andare a ribatterli.

Erano già alcune ore che giravamo senza successo quando sentii due spari provenire dalla valletta in cui cacciava il mio compagno, quindi richiamai il cane e mi diressi verso di lui.

Questi mi disse che il suo setter aveva fermato un volo di colini e che due erano caduti ma era riuscito recuperarne solo uno. Mi chiese di far provare a Tosca che già si era messa a cercare per suo conto sentendo l'emanazione che permaneva tra i cespugli dove i selvatici si erano bloccati sotto la ferma del cane.

Cercava con foga e in poco tempo setacciò la spalletta dove presumibilmente era caduto il Colino e infatti la vedemmo tornare con in bocca un bel maschio dalla gola bianca.

Diedi l'Animale al mio compagno. che si allontanò soddisfatto mentre Tosca aveva ripreso a cercare con foga, la richiamai senza risultato, sembrava ancora molto eccitata, pensai che forse l'emanazione doveva essere stata molto intesa e nonostante fosse passata almeno mezzora doveva persistere ancora, comunque la lasciai fare, era bello vederla lavorare con tanto accanimento.

La vedevo guidare tra i rovi di bosco come se avesse un selvatico che le pedinava davanti, rallentava, accelerava finché si infilò decisa in un cespuglio e riemerse con un altro Colino stretto in bocca, me lo consegnò con soddisfazione.

Quando raggiunsi il mio compagno con il terzo Colino rimase sbalordito, non si era assolutamente accorto di nulla, probabilmente sulla prima fucilata ne aveva colpito un secondo che si era nascosto tra i cespugli, ma Tosca aveva subito percepito la presenza di un animale ferito anche assieme ad una moltitudine di altre emanazioni persistenti in quelle poche centinaia di metri quadrati, dimostrando capacità di recupero veramente eccezionali.